mercoledì 25 gennaio 2012

Palestra

racconto di SANDRA CARRESI

Amina quel pomeriggio arrivò tutta trafelata in palestra con notevole ritardo. Agitando le mani ci fece smettere gli esercizi che stavamo facendo per ascoltarla.
Di media statura, snella e con tanti riccioli neri, di sicuro era donna piena di energia e simpatica. Rossa in viso, tutte pensavamo che fosse reduce da una corsa per il ritardo, ed invece, si trattava di altro.
Gesticolava in continuazione e si portava le mani al viso, poi, faceva ricadere le braccia lungo i fianchi magrissimi sbattendo con forza la capigliatura riccia.
Venendo in Palestra, si era presentata prima agli spogliatoi per indossare la tuta ginnica, poi era passata nei bagni. Non saprei dire neppure io il motivo, ma nei bagni non esiste la figurina, né la dicitura che indica: uomini – donne-. Nessuna di noi ci ha mai fatto veramente attenzione, fino a quando ad Amina è capitato di andarci, per caso di non chiudersi bene e sempre per caso e proprio mentre era ritta, in posizione di ricomporsi, dopo aver provveduto a fare quello di cui necessitava, la porta si era spalancata ed un Signore, in età avanzata, era entrato, e per niente imbarazzato, si era fermato sulla porta ammirando il panorama.
La povera Amina, prima scioccata e poi infastidita, aveva dato uno tonfo alla porta, ma… l’imbarazzo era rimasto lì a paralizzarla.
Lei, sempre gesticolando si apprestava ad aggiungere che il fastidio e la vergogna non sarebbero stati tali se quella persona, che Lei non conosceva personalmente, fosse tuttavia un uomo che incontrava quasi ogni giorno al vicino supermarket.
Tutte noi già vedevamo Amina protetta da grossi occhiali neri anche in tempo di pioggia, circolare nell’ambiente del supermarket fra arance, banane e castagne.
Provammo a rincuorarla, a dirle che erano cose che potevamo capitare, e riprendemmo gli esercizi, anche se Lei, nella sua esercitazione ginnica era completamente con la testa altrove.
Terminata la lezione, negli spogliatoi, ci comunicò nuovamente la sua vergogna per tutte le volte che lo avesse incontrato, finché una di noi, proprio per rendere più leggera la situazione, Le disse:
- Dai Amina, prendila così: in fondo hai fatto un’opera buona…-
Era sicuramente una persona di spirito e sempre molto allegra, ma questa esperienza l’aveva turbata nel suo privato  e quella sera se ne andò come era entrata: rossa in viso, agitata e gesticolante.
La volta successiva  già non ci pensava più, a chi le domandava come erano andati gli incontri al supermarket, Amina rispondeva che si era raccomandata tanto al piano di sopra per non aver incontri indesiderati e al momento era stata ascoltata. Questa sua esperienza fu presto sostituita dai suoi continui mutamenti di calore corporeo data l’età, al caldo improvviso e poi al freddo. Eravamo tanto prese ad ascoltarla che mettevamo da una parte tutti i nostri “amanti noiosi”.
Un luogo di incontro, di donne, quasi sconosciute, donne che si raccontano, si confrontano, si incoraggiano, esperienze diverse, occupazioni diverse, che lavorano in tuta ginnica, scarpe basse, struccate, per poi affrontare il quotidiano spesso da pantere in tacchi alti e profumi.
Donne, solo Donne.


SANDRA CARRESI

giovedì 19 gennaio 2012

Un brav'Uomo

racconto di Sandra Carresi

Quando lo conobbi ero molto giovane. Lui, all’epoca, aveva passato i cinquant’anni. Piccolo e tondo, severo e forse burbero, con labbra carnose, bella dentatura, voce maschile e interessante.
Nel corso degli anni ebbi modo di stimarlo come persona anche se, come dalla prima impressione, mi trasmetteva soggezione.
Corretto e generoso, aveva distribuito parte dei suoi risparmi agli unici due nipoti, facendo sempre presente ai propri figli di contare su di Lui per qualsiasi necessità.
Rispecchiando la propria personalità aveva condotto una vita modesta e dignitosa dividendosi tra il lavoro e la famiglia. Rimasto solo, nella grande casa, aveva “volato” per ben due volte in Africa, rimanendoci per un lungo periodo .
Trascorreva l’estate in una cittadina marina respirando il salmastro a piedi nudi e in pantaloni corti. Di carnagione scura, al rientro in città assomigliava molto ad un vecchio marinaio o ad un maestro di sci a riposo, dato che il fisico era sempre tondeggiante anche se perennemente a dieta.
Per lunghi anni aveva assistito la moglie malata, senza mai lamentarsi, indossando le vesti d’infermiere con amore e con quella rigidità morale e senso del dovere fino a raggiungere la professionalità.
Invecchiando si era addolcito, maturando un certo umorismo da renderlo buffo e piacevole. Di tanto in tanto spuntava quell’autorità che lo caratterizzava, ma poi sorrideva e faceva tenerezza. Il crollo fu improvviso, veloce, iniziò dall’organo che più di ogni altro era stato attivo: la testa. Era riuscito a sopravvivere alla guerra, alla prigionia, perfino al cancro e all’infarto, ma non all’invecchiamento della mente.
Accettò di buon grado “l’ospite a tempo indeterminato” dentro casa. Negli ultimi quindici anni, dopo la morte della moglie, aveva vissuto da solo in quella casa grande, perfettamente a suo agio, ordinato e prolisso come lo era la sua persona.
Questa nuova presenza lo confortava, ma alcune volte, a causa della malattia, non riconosceva questa signora che “viaggiava” in casa sua, spostando le sue cose, aprendo i suoi armadi e cassetti, allora, di nuovo tornava burbero minacciando di chiamare i carabinieri.
Un passato molto lontano era il presente. Ragazzo con i suoi fratelli cercava la propria bicicletta. Raccontava di essere appena rientrato dal bar vicino dove aveva partecipato ad una vivace partita a carte in compagnia di persone ormai da tempo non più presenti in questa terra. Si domandava chi avesse messo in ordine le stanze da quel trasloco appena terminato, rammaricandosi per non conoscere la persona a cui essere grato per tutto ciò. La scuola doveva avere avuto un ruolo importante nella sua vita, tanto da essere preoccupato per i compiti da fare e per la stima verso il maestro.
Quando, sono andata a trovarlo mi ha sempre riconosciuta, almeno appena entrata, regalandomi un sorriso d’intesa, ma poi penetrava nelle stanze delle sua mente, le più lontane, diventando irritabile
e preoccupato per il ritardo a cui andava incontro ad una cena importante. Una volta mi ha pure detto, cercando di alzarsi dalla sua sedia:
- devo andare via -
- e dove? -
- dal Padre Eterno -
Ma io non credo che lo pensasse veramente, perché ridendo ha aggiunto – “ma quando si mangia?”




di Sandra Carresi

giovedì 12 gennaio 2012

La magia della polvere d'oro



Mi chiamo Elvira, e sono la maga della polvere magica. La magia mi è stata tramandata dalla nonna di mia nonna; non conosco la mia età, ma so che lo stagno mi rimanda sempre la stessa immagine. Adesso vi racconterò la storia di una fattoria e dei suoi personaggi, vi raccomando attenzione e partecipazione, devo anche aggiungere che sono molto arrabbiata col vento, che un po' invidioso dei miei poteri, si diverte a soffiare forte e a spostarmi la polvere, insomma, adora farmi i dispetti.
Dante e Vera sono due coniugi, non più giovani, i loro figli sono andati a cercare fortuna in città, non vogliono fare i contadini, e loro hanno accettato le scelte dei giovani, rimanendo lì nella loro adorata fattoria, fra le loro sicurezze: la terra, gli animali e gli strumenti di lavoro, quelli che gli hanno permesso il benessere, pur faticando ma con soddisfazione.
Infatti, i due coniugi conducono una vita semplice, si cibano dei prodotti della loro terra, coltivano ortaggi, posseggono qualche albero da frutta, hanno due mucche, qualche gallina e il vecchio fedele Paky, un cane meticcio bianco con una macchia nera sulla metà del muso, sempre pronto a fare la guardia e a scodinzolare. Ma fra i "fedeli" non c'è solo Paky, ma anche Bens, il trattore su cui Dante passa le sue giornate di lavoro.
La fattoria si trova in una campagna isolata, lontana molti chilometri dalla città e persino dal primo centro abitato. Dante e sua moglie comprendono come i due giovani figli desiderino la vivacità della città, i divertimenti, e magari un lavoro diverso, però partire così, lasciandoli soli…, ma Lui si sente ancora forte e sano, nonostante l'età e forse con l'aiuto della moglie, può ancora farcela.
Dante non rinuncerebbe mai al suo forcone per sistemare la paglia, ai suoi vasi di giara per raccogliere gli ortaggi, al carretto che attacca al trattore per andare a prendere la paglia alla sua zappa e a tutti quegli strumenti che adora, perché sono semplici e utili, un po’ come si sente ancora lui. Per quanto riguarda la lontananza dei figli, beh, questo è un peso che si può sopportare solo se si è in due.
Tutto trascorre per il meglio, ma un giorno fa visita alla fattoria un tizio, il cui nome è Igor. Dice di essere un venditore. I coniugi, sono persone prudenti, ma hanno anche il culto dell'ospitalità.
Igor è un uomo altissimo e imponente, ha tanti capelli ricci cresciuti disordinatamente, neri con qualche filo argentato, un paio di baffoni ancora neri, un sorriso ambiguo e, cosa insolita, per uomo così poco curato, i suoi denti sono una cascata di perle bianche; la sua età, forse poco più di quaranta anni, è un uomo che parla tanto, sa convincere e saprebbe vendere anche la nebbia alle stelle. Propone ai due anziani la vendita di una polvere magica dal colore dell'oro, che farà raddoppiare il raccolto senza fatica e in breve tempo.
Dante naturalmente è scettico, mentre Vera ascolta a bocca aperta e con occhi sgranati, però sono anche stanchi ambedue di contare solo sulle loro forze, forse con questo aiuto potrebbero nuovamente vedere i campi com’erano una volta: prosperosi e in più senza una grande fatica, forse, anche i figli potrebbero tornare a lavorare lì, in fondo si tratta solo di spargere della polvere e di mandare a riposo anche gli attrezzi. Loro sono vecchi, hanno già lavorato tanto.
Dante accetta e si organizza subito. Lavora intensamente per una settimana intera con l'aiuto di Bens qua e là per i campi, trasporta col carretto i vasi di giara pieni di polvere magica e la cosparge in ogni metro di terra, perfino intorno agli alberi, ovunque e poi attende paziente.
Ma il tempo passa, una settimana, poi due, poi mesi, un disastro; la terra è sempre più avara, le spese aumentano perché Dante è costretto a scendere nel vicino paese per acquistare delle raccolte di cibo, ma non basta, i coniugi devono vendere gli animali alla fiera del paese per sostenere le spese, e a Dante non rimane che la povera Vera e Paky il cagnolino.
Questa volta è Vera a prendere una decisione. Purtroppo la fattoria va abbandonata al proprio destino, è consapevole di questo fallimento e prima che qualche malattia si impadronisca di loro è bene fare i bagagli ed andare dal figlio in città, fra l'altro lontanissima, e chiedere aiuto e ospitalità.
Dante, malinconico, triste e amareggiato pensa alla sua fattoria abbandonata, ma con la moglie, preparano un misero bagaglio e se ne vanno con Paky.
Silenzio spaventoso nella fattoria. Gli unici animali sono gli uccelli, ma anche loro abbandonano presto quel luogo di tristezza e solitudine. Gli attrezzi sono al loro posto, mai come adesso sono stati a riposo, poi qualcosa inizia a muoversi: Bens, il trattore è il primo a dar segni di “vita”, fa un rumore assordante, sembra un orco che brontola, forse vuol svegliare gli altri.
Si esprime con un vocione imponente: "La polvere dell'abbandono l'abbiamo già addosso, dobbiamo aspettare l'arrivo anche della ruggine? Non siamo mai stati dei vagabondi."
Tony, il carretto è depresso: "ma non siamo stati nemmeno mai abbandonati!"
Siamo qui, soli, a morire lentamente, abbandonati e dimenticati "
Riprende Bens, agguerrito: "allora moviamoci da soli, tutti insiemi e vediamo se questa terra riprende ad ascoltare almeno noi, ora, subito.”
Franky la zappa, in un angolo, timidamente: "iniziamo domani, oggi fa troppo caldo, la terra è veramente arida, può darsi che domani, di mattino presto sia meglio, che ne dite?"
Nuovamente Bens: "Ora!"
Tony, il carretto inizia a muoversi e mai come adesso era stato così veloce! Tutti gli altri attrezzi entrano in contatto con quella terra arida e abbandonata, ma ad un tratto dalla terra, anche la polvere dorata inizia a parlare: "i tempi sono maturi, posso procedere e trasmettere tutta la mia energia!"
L'entusiasmo contagia tutti, vogliono ritornare ai tempi dello splendore con il vecchio Dante e sua moglie. Sembra giunto il momento di sistemare le cose.
Adesso vi spiego cosa era successo. Il vento, è sempre pronto a farmi i dispetti, ma di me, maga Elvira ha un gran rispetto, perché sono onesta, non sopporta però gli imbroglioni come Igor.
Lui, soffiando forte, aveva spostato la mia polverina altrove ed aveva formato una montagnola in un prato; il venditore furbastro, non sapendo di che cosa si trattasse, ma attratto dal colore dorato, l'aveva raccolta pensando in realtà che non valesse niente, ma, avrebbe potuto venderla guadagnandoci molto, vista la propria abilità d’oratore, a qualche ingenuo di campagna, senza rendersi conto dei poteri della polvere, che, agisce lentamente, ma, sapendo attendere con pazienza, i risultati sono eccellenti e duraturi.
Bens e gli altri, assieme alla mia polvere dorata hanno ribaltato la situazione. Dante e Vera diventarono dei miti, i loro figli, tornarono alla fattoria e non da soli, ma anche le loro giovani mogli di città, furono felici di seguirli in quella fattoria prosperosa, dove la vita riprese rigogliosa e fiduciosa. Gli attrezzi conservarono il segreto della loro magia e non furono mai sostituiti continuando ad avere il proprio compito; Dante non smise mai di guidare il vecchio Bens, e Paky, tornò a correre dietro alle galline.
E il venditore Igor? L'ultima volta che l'ho visto i suoi capelli erano completamente bianchi, la parte superiore della bocca era sprovvista completamente di denti, e con il restante della dentatura si mordeva le unghie dalla rabbia., beh, io, ho fatto del mio meglio per lasciarlo sotto l'albero a consumarsi di bile.

lunedì 19 dicembre 2011

Una finestra sul mondo

racconto di SANDRA CARRESI 

Eva era una donna di cinquantacinque anni, piccola e graziosa, qualcuno l’aveva anche definita “buffa” e forse aveva ragione. Le piaceva il computer, iscrivendosi ad un corso, si era appassionata, lo aveva completato, qualcosa aveva imparato e si era comprata un bel portatile. Da allora le si era aperto il Mondo.
Piazzato in un angolo della casa, il freddo oggetto metallico era sempre acceso e naturalmente su Internet.
Quando le sue conoscenze trovavano dei limiti, Eva correva dal suo freddo amico e …come per incanto: la soluzione!
Arrivò Natale. Eva estese l’invito a pranzo a tutte le amiche “sole”. Non le piaceva andare al ristorante il giorno di Natale. La casa, la sua almeno, era sicuramente più calda, accogliente e con gli immancabili addobbi natalizi, quindi organizzò un bel pranzo di Natale, anche se, per la verità, una gran cuoca non era, ma con Internet, seguendo bene le istruzioni, avrebbe sicuramente superato se stessa.
Le lasagne al forno erano il suo piatto di battaglia, il bollito era un cibo frequente nella sua casa, come pure i crostini fantasia, poi, però era allettata dall’idea di un piatto di carne un po’ diverso e decise di cucinare il tacchino all’Americana e qui entrò in azione Internet.
Scoprì che gli americani, popolo con uno spiccato gusto all’agro-dolce, cucinavano il tacchino con le castagne e una volta cotto, veniva servito con la crema di castagne sparsa sopra. La cosa non le piacque, ed essendo Eva una donna dotata di fantasia, decise che al posto delle castagne l’imbottitura sarebbe stata ottima con i pistacchi ed i pinoli.
Acquistò un tacchino enorme, già aperto e pulito dal macellaio e nel pomeriggio avanti il giorno di Natale, la sua cucina la vide intenta a maneggiare l’enorme bestia con disinvoltura.
Seguì le regole dell’amico Internet, fece il soffritto e farcì con pancetta pinoli e pistacchi l’enorme interno del tacchino. Non fece attenzione però ai due fori, nel senso che mise l’imbottitura dalla parte aperta sul davanti e quando lo alzò per spostare la bestia, il ripieno uscì dalla parte posteriore. Quell’apertura non era stata considerata.
Eva non si perse d’animo, il ripieno era andato nel vassoio dove stava lavorando al suo piatto e quindi lo recuperò tutto. Ora però i due fori erano da sigillare. Eva provò, come da istruzioni, a cucirlo, ma  l’impresa risultò impossibile, allora come chiusura, lo sigillò con gli stecchini da spiedini e alla fine, complimentandosi con se stessa, pensò che da quella barriera non sarebbe passata neppure l’aria.
Dopo aver ben drogato il tacchino dall’esterno, lo mise in un grosso tegame e contemplò la sua opera.
La vista era veramente soddisfacente.
La sera tardi apparecchiò la tavola e stanca, ma soddisfatta, decise di andare a letto.
La notte ebbe incubi atroci. Sognò che il tacchino era fuggito, così steccato e col ripieno all’interno.
Poteva sentire le voci del vicinato: un tacchino grosso e strano correva per i marciapiedi! Madida di sudore, in piena notte si alzò ed andò a controllare in cucina. Tutto era a posto. Il poveretto non aveva neppure la testa, era più che morto, non avrebbe potuto andare da nessuna parte.
Al mattino la bestia conobbe il forno di Eva per ben tre lunghe ore.
Fu servito in tavola con patate arrosto e tutte le sue amiche le fecero i complimenti mangiando le pietanze con gusto.
Peccato che Eva non conobbe il sapore del tacchino: tagliò, servì, conversò, si mosse da vera ”padrona di casa”, ma non riuscì a mangiarne neanche un po’, fu però talmente abile che nessuna delle sue amiche se ne accorse.
E’ così, chi cucina, difficilmente poi mangia, ha già fatto il pieno assaporando tutto ai fornelli col grembiule davanti, digerendo poi il tutto con un goccio di soddisfazione e magari con lo sguardo rivolto all’”amico” sempre acceso…


SANDRA CARRESI 


lunedì 12 dicembre 2011

L'anima e il corpo

racconto di SANDRA CARRESI

Marco entrò dentro il Bar ed ordinò un caffè. Si sedette ad un tavolino, slacciò il secondo bottone della camicia, si tolse  la giacca ed attese il suo caffè. Era un uomo ancora giovane, brillante, dinamico, simpatico, e ben consapevole di possedere come alleate, tutte queste componenti. Era infatti molto socievole, o per meglio dire, questa era solo una parte del suo carattere. Non che fosse un uomo dalla doppia personalità, no tutt’altro, ma come molti comuni mortali, il suo temperamento possedeva più aspetti.
La gente che lo conosceva e che gli girava intorno, avrebbe potuto confermare sulla sua versione armoniosa, allegra, a volte addirittura chiassosa, ironica e ridanciana, ma Lui, non era solo così. Amava il silenzio, l’inverno, il vento, le giornate fredde, l’alba, il mare, ancora di più la montagna e le lunghe passeggiate, ma soprattutto, estraniarsi dal mondo, pensare, riflettere e ricordare. Amava tornare indietro nel tempo, alla sua casa di nascita, agli schiamazzi con i suoi fratelli, ai suoi genitori, alla scuola, a suo figlio, alla famiglia, e a tutta la sua vita trascorsa, fino ad arrivare al presente. Il futuro, beh, quello fa un po’ paura a tutti, meglio vivere giorno per giorno, ma non ne era molto convinto.
Improvvisamente una nebbia avvolse la sua testa appannandogli la vista, ne fu quasi spaventato e pensò:
- tutti questi caffè mi faranno male, prima o poi, oppure é questa primavera che come sempre mi abbassa la pressione, che guaio, sono già stanco di prima mattina. -
Aveva appena fatto questo pensiero, che improvvisamente, nella sedia accanto alla sua vide se stesso. Praticamente un gemello, solo più…, trasparente ed etereo.
Sbalordito, quasi temette di sentirsi male, volse lo sguardo intorno, ma con sorpresa, si accorse che la gente continuava a fare gli affari propri, sorseggiare caffè, bere, e nessuno prestava a Lui la minima attenzione. Allora, osò guardare la sedia e al suo sosia chiese con titubanza:
- chi sei? -
- come chi sono? Sono te. Non sarai per caso spaventato; lo so, lo so, non mi hai mai visto, ma mi avrai sentito, perdinci, dentro…, brontolo tanto…, impossibile non accorgersi della mia esistenza. Che cosa ci faccio qui seduto accanto a te? Eh, caro mio, sono uscito fuori, non ne potevo più di stare chiuso. Adesso anche il proprio io si ribella! Basta brontolare, ci vuole l’azione, ed eccomi qui. Non mi offrire niente, tanto non mi alimento con codesta roba io! Vedi che linea! Solo spirito ed il mio! Guarda, sarà bene, chiarirsi subito, non sono uscito per farti la predica; sono parte di te, per cui la predica non é da me. Voglio solo offrirti un po’ di compagnia, insomma, desidero farmi conoscere. Quando ti isoli, e ti incupisci, é con me che parli, é sempre a me che affidi i tuoi timori, le tue ansie, le gioie e le speranze, non mi puoi nascondere niente, io ti leggo da dentro ogni momento, persino le poche volte che cadi fra le braccia di Morfeo. -
- Ma allora, disse Marco, non ho proprio niente di mio, di intimo voglio dire! -
- Proprio non vuoi capire, sveglia! Siamo la stessa persona, e dovresti esserne felice, perché non tutti posseggono un’anima, c’é chi l’ha persa per sempre; io, beh, sono uscito oggi, perché avevo la sensazione che tu avessi bisogno di conferme e perché ti trovo speciale; ora dimentica subito questa parola e non montarti la testa, a volte sei a corto di umiltà, ma tutto sommato, dentro non sei male, quindi, adesso che lo sai, beviti questo caffè, e quando ti rabbui e te ne stai per giorni in silenzio, chiamami, ne parliamo, posso essere un’ottima compagnia. Ciao, adesso torno dentro. -
Marco, si scosse, guardò la sedia a fianco e la vide vuota. Il caldo, intanto era aumentato, il Bar affollato, e Lui, desiderò uscire prima possibile.
Sono intollerante al caldo, e la giornata é appena iniziata e…,
ma la piega della sua bocca abbozzò un sorriso; Lui non poteva vederlo, ma era il solito che aveva da ragazzo, ironico e canzonatorio, pensò:
- mamma mia che brontolone che sono, stamani ho pure fatto uscire la mia anima a ricordarmelo, in fondo, tutte le stagioni hanno la loro vita, come io ho la mia, anzi, sarebbe anche tempo che iniziassi il mio giro di lavoro, questa mattina! -
Affrettò il passo, e la sua alta figura si mescolò fra la gente, apparentemente tutta uguale, con l’anima e senza.


SANDRA CARRESI

domenica 4 dicembre 2011

La sirena del pescatore


Racconto di SANDRA CARRESI 

La pesca prometteva bene e così pure la nottata. Bella, vellutata, stellata e fasciata dalla luce fredda della luna che tonda e vanesia si specchiava nel mare le cui onde si muovevano increspate andando ad infrangersi fra gli scogli e procurando così un rumore a ritmi sempre uguali.
Sorrideva il pescatore immerso nei suoi pensieri vacanzieri, estivi, rilassato e rinfrescato dalla notte quieta.
Ad un tratto quel suono spumeggiante sempre uguale fu spezzato da un rumore forte e con un abile guizzo qualcosa di molto più ingombrante di un grosso pesce uscì dall’acqua ed andò a posarsi sullo scoglio accanto al pescatore.  Una creatura sorridente dai lunghi capelli tutti bagnati, scuri, ma dal corpo foggiato a forma di coda di pesce argentato e azzurro, salutò il pescatore nella sua lingua:
-Ciao, é parecchio che ti osservo, sei paziente, attento e al momento privo di sonno.-
Il pescatore, spalancò i suoi occhi dello stesso colore del buio, lasciò andare la canna e si portò le belle mani, affusolate, lunghe e magre alla testa. Non rispose al suo saluto era rimasto con la bocca aperta , magnetizzato da quegli occhi colore del mare di giorno che beh, in quel momento, francamente superavano la bellezza della luna e illuminavano il cielo, il mare e il pescatore.
Pescatore: – Ma chi sei, seducente ninfa dalla coda di pesce? Non puoi esistere, sei solo nella mia fantasia e nei miei sogni.-
Sirena: – Certo che esisto, sono una Sirena e vengo in superficie ogni notte che tu peschi, ti guardo e poi torno di sotto, non resisto molto sullo scoglio, come tu non resisteresti molto, neanche attrezzato, nei miei fondali marini. Stanotte ho deciso di farti visita, ti ho sentito anche cantare, che bella voce che hai…, sai fare tante cose, ogni tanto, non so perché, sei irritante e brontolone, ma conosco altri tuoi simili e non sono così luminosi come te.
Pescatore:- Potresti avvicinarti?  Sono ancora meravigliato, ti vorrei toccare, penso ancora di sognare, se lo racconto mi prenderanno per folle o ubriaco.-
Sirena:- Non hai bisogno di raccontarlo, io non esco mai a sedermi sugli scogli, mi rende affaticata, anzi presto dovrò tornare giù, ho bisogno del mare per vivere.-
Muovendo la coda con gran sciacquio, in un abile guizzo, il mare sembrò aprirsi e la sirena scomparve.
Il pescatore guardò il cielo e tutte le sue stelle e ad alta voce disse:
- Stasera mi avete fatto uno scherzo, mi avete trovato stanco e vi siete burlate di me. Non ne farò parola con mia moglie, direbbe che ho le visioni e si preoccuperebbe. Forse ho veramente sognato.-
Il Pescatore continuò la sua vita vacanziera e non ci pensò più, convinto di aver immaginato quella strana creatura. Pescava di giorno con l’arpione e pescava di notte sullo scoglio con la canna e ogni tanto osservava il mare con aria interrogativa pensando a quel mondo misterioso, sconosciuto e a tutti suoi abitanti.
E fu proprio in una notte di poco precedente la sua partenza che la Sirena uscì dall’acqua con un gran spumeggiare e con una mano arrivò a sfiorare la gamba nuda del pescatore e allegramente gli disse:
-Ciao, tornerai alla vita cittadina, ma ci vedremo quando sarai di nuovo su questo scoglio!-
Pescatore: – Aspetta, vorrei…, e si sbilanciò inciampando, lasciando cadere la canna in mare, ma le sue lunghe mani riuscirono a toccare i capelli della sirena, inciampò e si ritrovò a sedere sullo scoglio con in mano un bellissimo anemone di mare dal colore stupendo fra il giallo e il viola.-
I fiori sono bellissimi tutti, ma la loro vita é breve, nonostante le dovute attenzioni, eppure, quell’anemone di mare sopravvive intatto nella sua bellezza nel cassetto della scrivania del Pescatore, nutrendosi del suo sguardo e delle sue attenzioni quando ogni mattina in ufficio accende il computer, apre il cassetto e sorride, ma al sogno o alla sua nuova realtà? Questo lo può sapere solo il pescatore…